Archeopatici

L'omeopatia (dal greco ?µ????, simile, e p????, sofferenza) è un controverso metodo terapeutico alternativo, i cui principi teorici sono stati formulati dal medico tedesco Samuel Hahnemann verso la fine del XVIII secolo.

Allo stato attuale, nessuno studio scientifico pubblicato su riviste mediche di valore riconosciuto ha potuto dimostrare che l'omeopatia presenti per una qualsiasi malattia un'efficacia clinica che sia superiore all'effetto placebo.

Alla base dell'omeopatia vi è il cosiddetto principio di similitudine del farmaco ("similia similibus curantur"), concetto privo di conferme scientifiche enunciato dallo stesso Hahnemann, secondo il quale il rimedio appropriato per una determinata malattia sarebbe dato da quella sostanza che, in una persona sana, induce sintomi simili a quelli osservati nella persona malata. Tale sostanza, detta anche "principio omeopatico", una volta individuata viene somministrata al malato in una quantità fortemente diluita; la misura della diluizione è definita dagli omeopati potenza.

L'opinione non dimostrata degli omeopati, e contraria all'evidenza scientifica in campo chimico, biologico e farmacologico, è che diluizioni maggiori della stessa sostanza non provocherebbero una riduzione dell'effetto farmacologico, bensì un suo ipotetico potenziamento. In realtà le diluizioni usate nell'omeopatia sono tanto alte da rendere il prodotto omeopatico un semplice composto di zucchero[1].

I principi e le origini dell'omeopatia

I principi dell'omeopatia sono contenuti nelle opere di Samuel Hahnemann (1755-1843) ed in particolare nell'Organon, il suo testo teorico principale, edito nel 1810.

Hahnemann nacque e crebbe a Meissen (Germania). Iniziò a studiare medicina a Lipsia nel 1775, dove rimase per due anni. Dopo un periodo di studio a Vienna ed un'interruzione degli studi, nel 1779 riprese gli studi ad Erlangen, dove si laureò nel corso dello stesso anno.

Come medico, Hahnemann ebbe vita difficile per i seguenti 15 anni, spostandosi di città in città e vivendo ai limiti della povertà, e guadagnando soprattutto come traduttore di testi inglesi. Ciononostante fu in grado di compiere vari esperimenti chimici e di pubblicarne i risultati in vari articoli che ebbero una certa diffusione.

Per meglio comprendere la natura della teoria omeopatica, è necessario considerare in quale ambito storico essa si formò. Nel diciottesimo secolo coesistevano due grandi linee di pensiero sulla natura della medicina: una che cercava le cause generali delle malattie (problemi di eccitabilità per Brown, pletora gastroenterica per Hoffmann, stasi a livello venoso per Stahl, ecc.); l'altra che voleva abbandonare le speculazioni teoriche deduttive per concentrarsi invece sulle osservazioni e le misurazioni dirette dei fenomeni, tramite esperimenti controllati (collegamento tra lesioni e sintomi, teorizzato da Giovan Battista Morgagni e Matthew Baillie).

In Germania entrambe le scuole di pensiero erano presenti, anche se l’influenza del romanticismo e della Naturphilosophie favoriva uno stile di pensiero molto speculativo. Dal punto di vista pratico, la medicina del tempo si basava su una Materia Medica mista, tra empirismo e tradizione, ricca di formulazioni polifarmaceutiche e salassi, con fortissimi dubbi sulla natura delle azioni dei rimedi.

È sullo sfondo di questo dibattito che si pone la teorizzazione di Hahnemann, una risposta a quella che egli vedeva come una mancanza di utilità pratica delle speculazioni teoriche di molti suoi colleghi. Egli volle essere un radicale riformatore della medicina.

Nel 1790, traducendo la Materia Medica di William Cullen, notò i risultati dei test con la cinchona (Cinchona succirubra, fonte del chinino), uno dei pochissimi rimedi allora riconosciuti come efficaci su una malattia specifica (le febbri intermittenti e la malaria).

Non contento della spiegazione di Cullen per questa azione specifica, Hahnemann assunse per varie volte la corteccia della pianta per esperimento, e notò che i sintomi elicitati erano gli stessi delle febbri intermittenti, e si susseguivano nello stesso ordine temporale (mani e piedi freddi, stanchezza e sonnolenza, ansia, tremore, prostrazione, mal di testa pulsante, arrossamento delle guance e sete) ma senza il forte innalzamento della temperatura.

L'anno seguente, dopo molto sperimentare, Hahnemann offrì la sua spiegazione: «la cinchona sopraffà e sopprime le febbri intermittenti principalmente eccitando una febbre di breve durata", e se somministrata "poco prima dei parossismi mitiga la febbre intermittente». Altri farmaci sono in grado di produrre une febbre artificiale, ma non così specifica.

A seguito di questa scoperta Hahnemann dichiarò che solo osservando l'azione dei farmaci sull’organismo è possibile usarli in maniera razionale e che tale metodo è l'unico modo di osservare direttamente le azioni specifiche dei rimedi. Egli esprime questo concetto nel suo testo anticipatorio Essay on a new principle for ascertaining the curative power of drugs, dove si individuano i suoi due primi pilastri teorici, ovvero la legge dei simili (similia similibus curantur) e quella dell'utilizzo di dosi infinitesimali dei rimedi.

La legge dei simili esprime il concetto che per curare una malattia il medico deve utilizzare una medicina che sia in grado di produrre una malattia artificiale ad essa molto simile, che si sostituisce ad essa per poi scomparire. Le dosi da utilizzarsi dovevano essere il minimo indispensabile a produrre una indicazione percettibile dell'azione del rimedio, e nulla più, in modo da minimizzare o annullare gli effetti avversi. Tuttavia è solo qualche anno dopo (1801), nel trattare la scarlattina, che egli iniziò ad usare dosi infinitesimali.

Gli anni dell'Ottocento furono i più fortunati per Hahnemann: la sua pratica a Torgau andava bene, ed è li che pubblicò l'Organon della medicina razionale (1810). Nel 1811 si trasferì a Lipsia, dove insegnò all’università e dove pubblicò la prima edizione della sua Materia Medica, con i risultati dei suoi test. Ma l'Organon non fu solo un testo di medicina, bensì una radicale condanna dei sistemi medici contemporanei, un attacco che egli stesso dichiara essere dello stesso tenore di quello di Martin Lutero alla Chiesa cristiana.

L'attacco è ad entrambi i filoni della teoria medica: secondo Hahnemann i teorici producono solo sofismo innaturale, pure speculazioni con grande mostra di erudizione ma nessun miglioramento nel paziente; ma anche gli scienziati si ingannano se pensano di trovare la causa materiale delle malattie, perché confondono effetti e cambiamenti patologici con cause della malattia. I medici del tempo definiscono la malattia come materia morbosa da eliminare dal sangue e dal corpo tramite flebotomia e purghe, rimedi cioè deplettivi, secondo la teoria del contraria contrariis curantur. Per Hahnemann la causa delle malattie, quando non riconducibile a fattori anatomici o chirurgici né a carenze nutrizionali, sarebbe immateriale, o spirituale e dinamica, e risiederebbe non in cause fisiche esterne al corpo, ma in una perturbazione della "forza vitale" (Lebenskraft). Credere nelle cause materiali delle malattie, secondo Hahnemann, porta ad errori o ad inefficacia terapeutica.

Nell'opera di Hahnemann il concetto di Lebenskraft (già espresso in termini di Entelechia e Dynamis nella filosofia aristotelica) è fondamentale. La forza vitale anima tutti gli esseri viventi e li rende capaci di sentire, di svolgere una funzione, una attività e di sostenersi.

Il concetto di Lebenskraft era tutt'altro che poco diffuso nella pratica medica dell'Europa del XIX secolo. Erano diversi ed illustri i medici che ad esso si riferivano per le loro pratiche farmacologiche, e molti condividevano con Hahnemann la convinzione che la materia morbosa non fosse altro che una conseguenza di cause prime, ma giustificavano l’utilizzo di rimedi deplettivi ed evacuativi perché essi avrebbero imitato ed aiutato il normale agire della forza vitale, della vis medicatrix naturae.

Hahnemann replicò che in questo modo non fa che appoggiare una forza vitale in disequilibrio, peggiorando solo la situazione con rimedi inefficaci, debilitanti e dannosi. La causa ultima del disequilibrio spirituale o dinamico della forza vitale, secondo Hahnemann, non è conoscibile. La malattia si manifesta in una totalità di sintomi e segni mentali e corporei, avvertiti dal paziente, da chi lo circonda e dal suo medico, che sono specifici per ogni individuo; tutto il resto non conta, dato che non è conoscibile. Compito dell'omeopata era di riattivare e riordinare la forza vitale individuale, e questa riattivazione è ottenuta attraverso la somministrazione del rimedio che è stato scelto, attraverso un processo scientifico e sistematico, perché coincide, nella sua azione, con il maggior numero possibile di sintomi e segni (legge dei simili). Questo rimedio viene somministrato in dosi infinitesimali e opportunamente dinamizzate tramite un procedimento detto succussione.

Le critiche che furono mosse dai suoi contemporanei alla teoria omeopatica non si concentrarono molto sulla legge dei simili. Molti medici credevano che essa fosse applicabile, solo non credevano fosse l'unico criterio terapeutico applicabile.

Altri punti della teoria furono più aspramente dibattuti: il vitalismo spinto di Hahnemann, secondo i suoi detrattori, spiegava tutto e niente; il riconoscere come rilevanti solo i sintomi esperiti dal paziente riduceva la malattia ad uno stato puramente soggettivo; la negazione delle cause materiali della malattia andava contro a convinzioni forti sulla natura della malattia; il metodo del proving veniva considerato soggettivo e troppo dipendente dalla dirittura morale delle persone testate; inoltre non teneva abbastanza conto del fatto che persone diverse possono avere reazioni individuali diverse allo stesso rimedio (Hahnemann, in realtà, riconobbe il problema, ma dichiarò che si potevano sempre riconoscere dei sintomi universalizzabili); secondo il metodo del proving tutti i sintomi che appaiono dopo l'ingestione del rimedio sono dovuti al rimedio, e questo porta ad un proliferare dei sintomi.

Nel 1828 Hahnemann pubblicò un tomo in più volumi (Le malattie croniche), nel quale enuncia un ulteriore pilastro teorico dell'omeopatia, che fu presto ridicolizzato dai suoi contemporanei e non ebbe molta fortuna nemmeno tra gli omeopati. Nel testo egli infatti scrive che, eccettuate sifilide e sicosi (un tipo di lesione virale venerea), tutte le malattie croniche sono prodotte dalla psora, e quindi la cura per malattie diverse quali gotta, asma, isteria, paralisi, ecc. era sempre un rimedio anti-psora.

Il concetto di forza vitale, almeno così come esso è espresso nell'Organon di Hahnemann, entrò gradualmente in crisi con il grande progresso che lo studio delle scienze naturali compì in quegli stessi anni. Con l'avvento del microscopio nacque la biologia cellulare e l'osservazione diretta di alcuni fenomeni fondamentali che avvengono all'interno degli esseri viventi facilitò la comprensione di alcune malattie comuni, sebbene fosse ancora lontana la scoperta del batterio, inteso come agente patogeno. Venne compreso il ruolo importante svolto dal sistema circolatorio e l'idea di una forza vitale immateriale, disgiunta dal corpo, perse inevitabilmente e inesorabilmente di importanza.

Il concetto di Lebenskraft però subì una interessante modifica nel corso del ventesimo secolo, quando, soprattutto per opera di alcuni importanti omeopati tedeschi, esso viene completamente riformulato e trasformato nel principio vitale (Lebensprincip).

Il principio vitale venne questa volta posto in relazione con la capacità del corpo di controllare e regolare le sue funzioni; l'omeopatia pertanto curava, nella concezione degli omeopati tedeschi, i disturbi del sistema di regolazione, inteso ad esempio come disturbi del sistema immunitario, del sistema di regolazione della temperatura e del sistema nervoso centrale. La sostanza omeopatica sarebbe stata quindi in grado di correggere questi disturbi e la reazione dei vari sistemi, indotta dalla sostanza, avrebbe costituito la vera risposta farmacologica alla patologia. Ne consegue quindi che per l'omeopatia contemporanea, o comunque quella di tradizione tedesca, non tutte le patologie sono risolubili omeopaticamente, bensì solo quelle che derivano dalla alterazione o dal malfunzionamento dei vari sistemi di regolazione e difesa del corpo.

La tradizione omeopatica successiva (ad esempio con lo statunitense James Tyler Kent) ha dato molto risalto alla dimensione psicologica della malattia.

I rimedi sono elencati nella materia medica, che illustra per ogni sostanza i sintomi corrispondenti. Il repertorio elenca invece per ogni sintomo le sostanze. Per esempio il repertorio di Kent (1905) comprendeva circa 700 sostanze. Oggi l'omeopatia impiega circa 5000 rimedi, di cui 150 usati comunemente. I rimedi vengono sperimentati da persone sane, le quali registrano accuratamente i sintomi fisici e psicologici riconducibili alla loro assunzione. I repertori omeopatici registrano successivamente anche i risultati della pratica clinica, dei quali viene spesso messa in dubbio la genuinità.

Potenza: diluizione e dinamizzazione

La diluizione, concetto fondamentale e sul quale si appuntano le critiche maggiori, viene detta in omeopatia potenza. Le potenze sono in realtà diluizioni 1 a 100 (potenze centesimali o potenze C o anche CH) o diluizioni 1 a 10 (potenze decimali o potenze D o anche DH). In una diluizione C una parte di sostanza viene diluita in 99 parti di diluente e successivamente dinamizzata, ovvero agitata con forza secondo un procedimento chiamato dagli omeopati succussione; in una diluizione D, invece, una parte di sostanza viene diluita in 9 parti di diluente e sottoposta poi alla stessa dinamizzazione.

Ogni sostanza omeopatica pronta per l'impiego riporta il tipo di diluizione e la potenza. Ad esempio, in un rimedio con potenza 12C la sostanza originaria è stata diluita per dodici volte, ogni volta 1 a 100, per un totale di una parte su 10012 (=1024).

Una potenza 12D, utilizzata abbastanza comunemente in omeopatia, equivale invece ad una soluzione nella quale la concentrazione è una parte su un milione di milioni (1012), che equivale ad esempio ad un millimetro cubo su mille metri cubi.

Numerosi preparati omeopatici sono diluiti a potenze ancora maggiori, in qualche caso sino a 30C ed oltre.

Nella pratica omeopatica le potenze C e D non sono considerate equivalenti, ovvero 1C non è ritenuto equivalente a 2D dal punto di vista terapeutico, sebbene lo sia dal punto di vista della chimica delle soluzioni.

Le critiche maggiori all'omeopatia vertono sul fatto che a potenze elevate, e in particolare a partire proprio da 12C o da 24D, le leggi della chimica provano che il prodotto finale è così diluito, da non contenere più neppure una molecola della sostanza di partenza. Infatti il numero di molecole contenuto in una mole di sostanza è fissato dal numero di Avogadro, che è uguale a circa 1024 molecole/mole (6,02214179(30) 1023 mol -1): quindi, mediante una diluizione 12C o una 24D della stessa mole di sostanza, si raggiungerebbero livelli di concentrazione che prevederebbero mediamente, al più, una sola molecola del farmaco. L'eventuale effetto terapeutico del rimedio omeopatico, pertanto, non sarebbe legato alla presenza fisica del farmaco, ma a qualcos'altro, che gli stessi sostenitori dell'omeopatia non caratterizzano.

A fronte di questi dati, gli omeopati credono nella cosiddetta memoria dell'acqua. Secondo tale tesi, le molecole per un determinato periodo di tempo, anche dopo numerose trasformazioni e a grande distanza dal luogo di origine, conserverebbero una geometria molecolare derivata dagli elementi chimici con cui sono venute a contatto. Secondo i sostenitori di questa teoria, una possibile spiegazione è nella coerenza interna dei campi elettromagnetici, prevista dalla QED.[2][3] La soluzione diluita, secondo questi autori, conserverebbe l'informazione del principio attivo e gli stessi effetti terapeutici di una dose maggiore. Senza l'effetto memoria dell'acqua, le concentrazioni di principio attivo in queste soluzioni acquose sarebbero così basse, da essere prive di effetti terapeutici.[4] Non esiste tuttavia, almeno finora, alcune prova scientifica della presunta "memoria dell'acqua".

Ricerca clinica sull'omeopatia





Per approfondire, vedi la voce Jacques Benveniste.


Il primo articolo di taglio scientifico sui meccanismi di funzionamento dell'omeopatia è stato quello pubblicato nel 1988 sulla prestigiosa rivista Nature, a firma del medico ed immunologo francese Jacques Benveniste. Nell'unico caso della prestigiosa rivista, l'articolo, che riguardava la memoria dell'acqua, fu accettato senza revisioni, ma con riserva da parte dell'editore. Lo studio si rivelò in seguito una truffa.

Alcuni studi, pubblicati per lo più su riviste prive di un meccanismo di revisione paritaria, avrebbero rilevato fenomeni particolari per quanto riguarda la calorimetria, la termodinamica e la conducibilità elettrica delle soluzioni altamente diluite; tuttavia nessuno di essi ha a che fare con il principio alla base dell'omeopatia.

Secondo gli omeopati, questi lavori dimostrerebbero che il trattamento, cui il composto omeopatico viene sottoposto, consente al solvente di esercitare un effetto riconducibile alla molecola che in esso è stata fortemente diluita. Risultati di questo genere sono stati però pubblicati solo su fonti interne alla comunità omeopata, e non su riviste scientifiche.

Mancanza di efficacia terapeutica dell'omeopatia

Allo stato attuale, nessuno studio scientifico, pubblicato su riviste di valore riconosciuto, ha potuto dimostrare che l'omeopatia presenti una seppur minima efficacia per una qualsiasi malattia. Gli unici risultati statisticamente significativi sono confrontabili con quelli derivanti dall'effetto placebo, indotto anche dalla particolare attenzione che l'omeopata presta al paziente e alla sua esperienza soggettiva della malattia, e quindi non dal farmaco assunto dal paziente. Nonostante ciò, l'omeopatia si è ampiamente diffusa in Italia e in altri paesi a partire dagli anni '90.

Studi che hanno provato a quantificare il grado di soddisfazione soggettiva dei pazienti in cura omeopatica hanno mostrato risultati ragguardevoli (ad esempio una ricerca compiuta nel 2004 dalla clinica universitaria Charité di Berlino sulla qualità della vita di 3981 pazienti in cura omeopatica) e spiegano il successo sociale di tale pratica terapeutica.
Assai meno univoco è il risultato di studi clinici condotti su singoli rimedi o sul trattamento di specifiche patologie, dove gli esiti appaiono assolutamente in linea col noto effetto placebo.

A febbraio 2010 sono stati rilasciati i risultati di una ricerca sulle prove di efficacia dell'omeopatia, condotta nel 2009 e 2010 dalla commissione Science and Technology della Camera dei Comuni britannica: lo studio conclude che l'omeopatia non ha effetti superiori a quelli di un placebo. La commissione la considera pertanto un "trattamento placebo" (placebo treatment) e dichiara che sarebbe una "cattiva pratica medica" (bad medicine) prescrivere placebo puri.[5]

L'articolo della rivista medica Lancet

Una meta analisi pubblicata nell'agosto del 2005 dalla rinomata rivista medico scientifica The Lancet[6] ha avuto molto risalto sulla stampa, in quanto screditava l'omeopatia come metodo curativo scientifico, sostenendo che l'efficacia era spiegabile con l'effetto placebo.

Nel dettaglio, l'articolo del Lancet si struttura in due parti, che portano a conclusioni distinte tra loro.
Nella prima parte, la meta analisi compara 220 studi clinici (110 omeopatici e 110 presi casualmente tra studi con interventi biomedici), e porta alla conclusione che i due gruppi di studi siano di qualità metodologica paragonabile, e che entrambe le classi di trattamento mostrano efficacia superiore al placebo.
Nella seconda parte i ricercatori hanno ristretto la loro meta analisi a 6 studi omeopatici e 8 studi biomedici, selezionati tra tutti secondo degli standard di qualità e di numerosità di partecipanti. Questo filtro, affermano gli autori, è stato compiuto per limitare la presenza di bias negli studi presi in considerazione. I risultati della seconda parte della meta analisi mostrano che esiste una forte evidenza di efficacia dei metodi classici, ed una evidenza di efficacia più debole per i farmaci omeopatici. Inoltre, quest'ultima evidenza non raggiunge un valore statistico critico (significatività) necessario per poter dire con sicurezza che il risultato non è dovuto semplicemente a variazioni statistiche.

Gli autori concludono che l'efficacia dei rimedi omeopatici è compatibile con l'ipotesi che derivino dall'effetto placebo.[7]

Il 17 novembre del 2007 The Lancet ha pubblicato un nuovo articolo sull'omeopatia, che riassume i risultati di 5 meta-analisi precedentemente pubblicate. In questo articolo l'autore giunge alla conclusione che gli effetti dell'omeopatia siano paragonabili all'effetto placebo.[8][9]

Diffusione nel mondo

L'omeopatia ha conosciuto nei decenni scorsi uno sviluppo e una progressiva diffusione. Oggi l'omeopatia, considerata una pratica medica alternativa o complementare alla medicina scientifica (alla quale gli omeopati si riferiscono spesso come "medicina allopatica", sebbene i principi dell'allopatia siano essi stessi non riconosciuti dalla scienza), è diffusa in molti paesi (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, India).

In diverse regioni della Gran Bretagna il servizio sanitario ha tuttavia iniziato a cancellare i rimedi omeopatici dal proprio prontuario. In calo anche i ricoveri negli ospedali omeopatici.[10]

A fronte della sua diffusione e nonostante i numerosi studi, la validità terapeutica del metodo omeopatico e i meccanismi farmacologici del suo funzionamento non sono stati verificati secondo i criteri scientifici comunemente applicati a qualsiasi principio farmacologico tradizionale. Molte ricerche cliniche concordano nel ritenere che gli effetti terapeutici dei trattamenti omeopatici non si discostino in maniera significativa da quelli ottenuti per effetto placebo.

Le critiche all'omeopatia vertono sostanzialmente su due punti: la sua debolezza teorica (cioè l'incompatibilità dei suoi postulati con le odierne conoscenze chimiche e la mancanza di un meccanismo plausibile che ne possa spiegare il funzionamento), e la mancanza di prove sperimentali univoche della sua efficacia terapeutica. Per questi motivi l'omeopatia viene considerata una pseudoscienza.

Il suo insegnamento è collocato, nella maggior parte dei paesi occidentali, al di fuori degli ordinamenti delle facoltà di medicina.

In Francia, nonostante la validità del metodo non sia stata verificata, molti rimedi omeopatici sono entrati a far parte del prontuario nazionale e finanziati dal sistema sanitario pubblico. Tuttavia, nel 2004 si è potuta osservare una - pur parziale - retromarcia, in quanto il tasso di rimborso previsto per i rimedi omeopatici è sceso dal 65% al 35%.[11]

Diffusione in Italia

Riguardo all'uso di terapie alternative l'Istat ha svolto, dal 1991 al 2005, quattro indagini statistiche, su un campione di 30.000 famiglie, evidenziando come recentemente la percentuale di italiani che ne hanno fatto uso sia diminuita passando dall'8,2% al 7%. Inoltre, al 2005 il Trentino Alto Adige, con il 18,3%, si attesta come la regione con la maggior percentuale di persone che abbiano fatto uso di cure omeopatiche.[12]

I fiori di Bach o rimedi floreali di Bach sono una cura alternativa basata sulla floriterapia ("terapia con i fiori"), ideata dal medico britannico Edward Bach.

Bach sosteneva, al riguardo, la necessità che tale forma di terapia dovesse essere semplice e accessibile a tutti, in quanto secondo lui chiunque avrebbe le potenzialità e le sensibilità necessarie per effettuare autodiagnosi e autopratica. Sosteneva inoltre che la terapia dovesse avere carattere preventivo e scevra di effetti collaterali.

Alla base della floriterapia di Bach è il principio secondo il quale nella cura di una persona, devono essere prese in considerazione principalmente la prevenzione e la conoscenza dei disturbi psicologici, i quali determinerebbero la sintomatologia. Il singolo fiore, a detta di Bach, curerebbe il disturbo psicologico che ha causato o potrebbe causare un certo malessere fisico. Dietro ogni disturbo fisico ci sarebbe, secondo i sostenitori del metodo, quello che viene chiamato "fiume di energia", originato a livello psicologico (come nel caso della rabbia, che viene scaricata in modi e zone del corpo differenti); pertanto, ad ogni disturbo psicosomatico, provocato dallo sfogo della cosiddetta "energia", corrisponderebbe, a monte, un ben preciso disturbo emotivo.

Sulla base di tali principi sono stati distinti 38 "tipi comportamentali" di base, ai quali corrisponderebbero 38 fiori e un'acqua di fonte, la cui "energia", secondo tali ipotesi scientificamente indimostrate, sarebbero in grado di curare l'organismo.

Ripetute ed approfondite ricerche mediche e scientifiche non hanno però dimostrato alcun effetto terapeutico dei "Fiori di Bach", se non quello autosuggestivo, definito "effetto placebo".[1][2][3][4]

Secondo i sostenitori, i rimedi floreali scoperti da Bach rilascerebbero nell'acqua, se opportunamente trattati, la loro presunta "energia" o "memoria".

Il concetto di presunta "memoria dell'acqua" non è però mai stato dimostrato sperimentalmente, e non è riconosciuto dalla scienza.

I 38 fiori di Bach

I primissimi fiori scoperti da Bach furono i cosiddetti "12 Guaritori", che il medico gallese iniziò prontamente a sperimentare prima su se stesso e poi sui suoi pazienti; gli altri 26 vennero scoperti poco tempo dopo. Bach consigliava di cogliere i fiori al massimo della fioritura e nelle prime ore del mattino di un giorno assolato; il fiore, che non doveva essere intaccato da alcunché, veniva deposto in una ciotola d'acqua pura e veniva trattato secondo uno dei due metodi riportati nelle opere del medico gallese. Le spiegazioni qui di seguito sono solamente una rapida sintesi del significato completo del fiore, secondo le teorie di Bach. La classificazione comprende:
I "12 guaritori": Agrimony (Agrimonia), per chi nasconde ansia e tormento dietro gaiezza e cortesia;
Centaury (Centaurea minore), per chi, debole e privo di forza di volontà, viene sfruttato dagli altri;
Chicory (Cicoria), per chi è possessivo e ricatta gli altri perché stiano con lui;
Rock Rose (Eliantemo), per chi è preso da grande paura e panico;
Gentian (Genzianella autunnale), per chi si abbandona al pessimismo, si scoraggia e si deprime per motivi conosciuti.
Mimulus (Mimolo giallo), per chi ha paura delle cose del mondo;
Impatiens (Balsamina), per chi è impaziente e non sopporta interferenze nel suo ritmo;
Cerato (Piombaggine), per chi non ha fiducia in sé e chiede continuamente consiglio;
Scleranthus (Fiorsecco, Scleranto o Centigrani), per chi è indeciso tra due vie e si abbandona all'insicurezza;
Vervain (Verbena), per chi si lascia trasportare troppo dall'entusiasmo e dal fanatismo;
Water Violet (Violetta d'acqua), per chi è orgoglioso e ama stare da solo;
Clematis (Vitalba), per chi sogna ad occhi aperti, è indifferente alla vita e fugge dalla realtà.

I "7 aiuti": Rock Water (acqua di fonte), per chi si autoreprime per essere d'esempio;
Wild Oat (Forasacco o Avena selvatica), per chi è scontento o insicuro sul ruolo da svolgere nella vita;
Heather (Brugo o Erica), per chi odia la solitudine e attacca bottone usando gli altri;
Gorse (Ginestrone), per chi prova grande disperazione e si sente senza speranza;
Olive (Olivo), per chi è completamente esausto a causa dello stress o della fatica mentale;
Oak (Quercia), per chi non riesce a staccare dal lavoro;
Vine (Vite), per chi prova desiderio e ambizione di dominare inflessibilmente gli altri.

I "19 assistenti": Holly (Agrifoglio), per chi ha sfiducia nel prossimo, prova invidia e odio;
Honeysuckle (Caprifoglio), per chi si rifugia nella nostalgia del passato, ricordando solo le cose belle;
Hornbeam (Carpino bianco), per chi si sente stanco, debole, e dubita delle sue capacità di fronte ad un problema;
White Chestnut (Ippocastano bianco), per chi ha pensieri e preoccupazioni costanti e indesiderati;
Sweet Chestnut (Castagno dolce), per chi prova un'angoscia estrema, una disperazione con coraggio, però, che non tende al suicidio;
Red Chestnut (Ippocastano rosso), per chi prova apprensione per gli altri e si aspetta sempre il peggio;
Beech (Faggio), per chi è intollerante, polemico e arrogante;
Chestnut Bud (Gemma di Ippocastano bianco), per chi ripete sempre gli stessi errori e non vuole crescere;
Larch (Larice), per chi ha paura di fallire ed è affetto da complessi di inferiorità;
Crab Apple (Melo selvatico), per chi si sente sporco, nel corpo o nella mente;
Cherry Plum (Prugno), per chi ha paura di perdere la ragione;
Walnut (Noce), per chi deve affrontare grandi cambiamenti (es. pubertà, menopausa, vecchiaia, trasferimenti, lutti, divorzi, etc.) e per chi teme di essere vittima di malefici;
Elm (Olmo inglese), per chi si sente momentaneamente sommerso di responsabilità;
Pine (Pino silvestre), per chi tende a caricare su di sé anche le colpe altrui;
Aspen (Pioppo), per chi ha paura di cose vaghe, indistinte, e senza motivo;
Wild Rose (Rosa canina), per chi si abbandona alla rassegnazione e all'apatia;
Willow (Salice giallo), per chi prova amarezza e risentimento;
Mustard (Senape selvatica), per chi è ammalato di depressione, anche passeggera, ma grave e spesso per motivi sconosciuti;
Star of Bethlehem (Ornitogalo o Latte di gallina), per chi ha provato ogni tipo di shock o dolore fisico, mentale ed emotivo.


[modifica] Suddivisione secondo gli stati d'animo
Per la paura: Rock Rose, Mimulus, Cherry Plum, Aspen, Red Chestnut.
Per l'incertezza: Cerato, Scleranthus, Genzian, Gorse, Hornbeam, Wild Oat.
Per lo scarso interesse verso le circostanze attuali: Clematis, Honeysuckle, Wild Rose, Olive, White Chestnut, Mustard, Chestnut Bud.
Per la solitudine: Water Violet, Impatiens, Heater.
Per l'ipersensibilità alle influenze e alle idee: Agrimony, Centaury, Walnut, Holly.
Per l'avvilimento e la disperazione: Larch, Pine, Elm, Sweet Chestnut, Star of Bethlehem, Willow, Oak, Crab Apple.
Per l'eccessiva preoccupazione del benessere altrui: Cicory, Vervain, Vine, Beech, Rock Rose.

[modifica] Rescue Remedy

Il rimedio di emergenza, chiamato Rescue Remedy, inoltre, è una miscela di cinque fiori, che secondo Bach sarebbe a suo dire utile in situazioni più acute: fortissimi stress psico-fisici, esperienze forti, situazioni di consapevolezza o di panico, svenimenti, brutti sogni ecc. Oltre che per bocca, questo rimedio può essere applicato anche sulle tempie o sui polsi. Consiste in una miscela di:
Star of Betlehem, contro lo shock improvviso;
Rock Rose, contro il panico o il terrore;
Impatiens, per riportare la calma;
Clematis, contro la tendenza a cedere, la sensazione di allontanamento appena prima di svenire;
Cherry Plum, contro la paura di perdere il controllo, di andar fuori di testa.

È l'unico rimedio che, d'ordinario, non è preparato esclusivamente in forma liquida, ma anche in compresse di lattosio ed in pomata. In ques'ultima formulazione, è fornito con l'aggiunta di Crab Apple, per l'effetto depurativo dello stesso. Al Rescue Remedy tradizionale si possono aggiungere, all'occasione, alcuni fiori. Per esempio:
Elm, quando il fisico non si riprende;
Walnut, per adattarsi a situazioni che mettono a disagio ma nelle quali bisogna stare per forza;
Sweet Chestnut, in caso di un lutto, di una perdita;
Scleranthus (e Walnut), per chi ha problemi con i viaggi in generale (paura di volare, mal d'auto ecc..)

[modifica] Preparazione

Il metodo con cui oggi si estraggono le essenze dai fiori è ancora quello tramandato da Bach stesso. Preparare i fiori di Bach è relativamente semplice: ci sono due metodi che Bach scelse nella preparazione dei suoi rimedi, quello del sole e quello della bollitura. I dodici guaritori e i sette aiuti si preparano col primo metodo, mentre i diciannove assistenti con il secondo.

[modifica] Il metodo del sole

Il metodo del sole è molto semplice. Intanto è necessario lavorare in una giornata calda e soleggiata, ovviamente nel periodo di fioritura della pianta che vi interessa. I fiori vanno raccolti sul posto, senza essere toccati con le mani, e non devono essere bagnati dalla rugiada. Recidendoli con delle forbici, si fanno cadere i boccioli in un recipiente di vetro fine da 300 ml, riempito di acqua pura, avendo cura di non immergerli completamente, ma solo per metà, e di coprire con essi la superficie della bacinella. Quindi si lasciano macerare al sole per 5/6 ore (in Italia, dove il sole è più caldo rispetto al Galles, ne bastano 4); in questo modo il sole trasferirebbe la vibrazione propria del fiore all'acqua sottostante. Terminato tale periodo, si filtra l'acqua colorata dai fiori con un filtro di carta in una bottiglia da 1 l., e si allunga con una pari dose di cognac (o brandy), che serve per la conservazione. Questo composto è chiamato tintura madre dei Fiori di Bach. Per quanto riguarda Rock Water, il procedimento è un po' differente. Trattandosi infatti di semplice acqua di una fonte rocciosa, basta raccogliere quest'acqua nel solito contenitore (senza toccarla con le mani), lasciarla per quattro ore al sole e poi allungarla con il cognac, come prima descritto.

[modifica] Il metodo della bollitura

Il metodo della bollitura è più veloce. Raccolti i fiori con la stessa metodologia, si portano a casa, dove dovranno essere posti in una pentola di metallo porcellanato, all'incirca nella stessa quantità del primo metodo ma con un litro e mezzo di acqua. Lasciati bollire sul fornello a gas per circa 30 minuti, si lascerà raffreddare la tintura così ottenuta, aggiungendo poi all'acqua filtrata lo stesso quantitativo di cognac o brandy.

Il termine Cakram (????), solitamente translitterato in Chakra, proviene dal sanscrito e significa "ruota", ma ha molte accezioni tra le quali quella di "plesso" o vortice. È un termine utilizzato nella filosofia e nella fisiologia tradizionali indiane. Nella tradizione occidentale moderna tali chakra vengono talvolta identificati con il nome di Centri di Forza o Sensi Spirituali.

Descrizione generale

I chakra sono punti di forza umani, a volte associati a gangli (granthi) o organi fisici, tra i quali si muoverebbe un'energia variamente definita (prana, o in casi particolari kundalini o avadhuti) e la loro conoscenza è trasmessa da molti sistemi di yoga, nelle diverse tradizioni induiste, buddhiste e jainiste con mappature diverse. Molte tradizioni concordano sul fatto che i chakra agiscano come valvole energetiche.

Uno squilibrio a livello di un chakra determinerebbe uno squilibrio d'energia nei determinati organi associati. Molte moderne terapie naturali, soprattutto la Cristalloterapia, Il cammino dei chakras , si basano sull'analisi dei chakra; la riflessologia e l'aromaterapia lavorano sugli stessi meridiani e la meditazione e visualizzazione basate sui colori, sarebbero strumenti importanti per bilanciare i chakra.

Ciascuno dei chakra ha il proprio centro in una delle sette ghiandole a secrezione interna del sistema endocrino corporeo e ha la funzione di stimolare la produzione ormonale della ghiandola.

Secondo il Vedanta, il corpo fisico e il corpo sottile (Suk?ma Sarira: le emozioni, pensieri, percezioni, stati di coscienza) formano un insieme. Questi due corpi sono collegati a livello dei chakra, quindi agendo sul corpo fisico si produrrà un effetto su quello sottile e viceversa.

I chakra vengono assimilati al Loto, questo perché benché esso nasca da acque stagnanti e putrescenti, dà origine ad un fiore bellissimo e candido. Proprio per tale peculiarità è considerato un simbolo di purezza: nato dal fango ma non macchiato da esso. Nella simbologia indiana le acque stagnanti rappresentano l'indistinzione primordiale del caos e il loto che da esse sorge rappresenta l'elevazione spirituale. Ogni "loto", ha un numero particolare di petali, un particolare Yantra (mandala o forma geometrica), un mantra ed è associato ad un elemento (tattva), ad un senso e ad un colore.

Gli esseri umani, la maggior parte degli animali ed alcune piante avrebbero sette chakra principali o primari. Secondo alcune tradizioni, ogni chakra assomiglierebbe ad un piccolo vortice con la parte più stretta dell'imbuto orientata verso il corpo ed ogni chakra (con l'eccezione di due) avrebbe due metà o poli, una rivolta verso la parte anteriore e l'altra verso la parte posteriore del corpo.

Il secondo gruppo per importanza è composto da chakra minori che si troverebbero nei polpastrelli, al centro del palmo delle mani, in alcune aree dei piedi, nella lingua o altrove. Il terzo gruppo è composto da un numero praticamente incalcolabile di chakra di dimensioni piccole e minuscole; infatti, in ogni punto in cui si incontrano almeno due linee energetiche, anche infinitesimali, si troverebbe un chakra.






Piano sagittale-anteroposteriore.

[modifica] I sette chakra principali

[modifica] Muladhara Chakra o Centro Basale o Plesso Radicale



Il Muladhara o Chakra della Radice.

Questo centro sottile dai 4 petali si chiama Mooladhara e si situa tra l'ano ed i testicoli o la vagina, nel perineo. Questo centro è collegato alla ghiandole surrenali, in questo centro troviamo i reni. Le sue funzioni fisiologiche riguardano la produzione del sangue e delle ossa e le attività sessuali intese come riproduzione per portare avanti la specie.I conflitti materiali chiudono questo Chakra come perdita in borsa ad esempio o la perdita di qualcosa di materiale.Da questo Chakra arriva l'energia terrestre e quando si chiude si ha come la sensazione di "non avere la terra sotto i piedi".

Ha come simbolo geometrico il triangolo con un vertice in basso racchiuso in un quadrato, emblemi il primo dell'organo sessuale femminile e il secondo dell'elemento Terra; in esso dorme Kundalini. Il loto presenta quattro petali. Il suo Mantra-seme è Lam, La divinità preposta a questa ruota è Brahma, la sua energia vitale prende il nome di Savitri o sposa del creatore.
La Terra è la Grande Madre da cui scaturisce ogni essere. Il significato stesso del nome di questo chakra, d'altronde, conferma il senso di «origine» che contraddistingue questo primo livello energetico: Muladhara significa infatti «radice» ovvero principio-energia capace di assicurare sviluppo e nutrimento a ogni cosa. Il chakra della radice corrisponde alle ghiandole surrenali, preposte alla produzione di ormoni per la costruzione di sangue ed ossa. È orientato verticalmente con l'apertura dell'imbuto che indica verso la Terra. La sua funzione principale è legata al corpo materiale, all'istinto di sopravvivenza. Produce un senso di armonia fisica e mentale in rapporto alla natura; è legato alla vitalità sessuale, la capacità di adattamento al mondo e di sopravvivenza, soddisfa i bisogni primordiali quali il cibo, l'acqua, l'aria, il riparo. Poiché ha solo un polo, tende ad essere un po' più grande degli altri chakra. È il chakra con cui vengono assorbite le energie della Terra.


[modifica] Swadhisthana Chakra o Centro Pelvico



Il Svadhishthana.

Questo centro sottile dai 6 petali si chiama lo Swadisthan. Il chakra dello Swadisthan gravita attorno al Nabhi, come un satellite, delimitando così la regione del Void. È il solo chakra ad essere mobile. È situato sotto il ventre, circa 2 dita sotto l'ombelico, alla base del canale destro, Pingala Nadi. Questo Chakra controlla l'apparato riproduttore, gonadi, ovaie, utero, vescica urinaria, prostata nell'uomo. Grazie ad esso Uomo e Donna godono ed offrono piacere sessuale, è un centro molto energetico, soprattutto nell'uomo che durante l'orgasmo emette con lo sperma una grande quantità di energia (in Cina l'eiaculazione viene anche chiamata "piccola morte" poiché l'energia emessa è tanta e l'uomo se ne priva).

Ha come simbolo geometrico la falce di luna racchiusa in un cerchio, emblema dell'elemento Acqua; i petali del loto sono sei. La divinità preposta è Varuna, la sua energia vitale o Shakti è Sarasvati.
Le ghiandole endocrine associate a questo chakra sono le gonadi ed ovaie. È di colore arancio, è bipolare ed è orientato orizzontalmente. È collegato al piacere fisico, alla gioia di vivere, al desiderio. Come il chakra della Radice, Svadhisthana è legato al mondo materiale. Un suo cattivo funzionamento deriva da conflitti nella sfera sessuale, come tradimenti, abusi, litigi.


[modifica] Manipura Chakra o del Plesso Solare



Il Nabhi Chakra ( o Manipura Chakra).

Questo centro sottile dai 10 petali si chiama il Nabhi e si trova nella regione del plesso solare appena sotto il diaframma. Il Nabhi è il centro del benessere individuale e collettivo. Grazie a questo centro godiamo del nostro prossimo accettandolo per come egli è, godiamo della società. Da un punto di vista fisico, questo centro si occupa degli organi innervati dal plesso solare: lo stomaco, gli intestini, il fegato e la vescicola biliare, la milza, il pancreas. La nostra attitudine verso il cibo e il modo in cui mangiamo, colpiscono le secrezioni digestive. Si blocca per grandi spaventi (con contrazione dello stomaco) o per cose non accettate della vita, situazioni o persone. L'elemento di questo chakra è il fuoco ed è chiamato così perché il fuoco (fuoco digestivo) che vi arde dentro lo fa risplendere come un gioiello.

Ha come simbolo geometrico il triangolo equilatero, emblema dell'elemento Fuoco.I petali del loto sono dieci. Il Mantra-seme è Rang, la sua energia vitale è Bhadrakali.
Il chakra del Plesso Solare è collegato alle ghiandole endocrine Isole di Langerhans nel Pancreas. È di colore giallo, è bipolare ed orientato orizzontalmente. Questo è il chakra della forza di volontà individuale, del carisma e dell'efficenza. Un suo blocco con eccesso di tensione provoca incapacità di rimanere calmi, scoppi d'ira, iperattività, disturbi di origine nervosa. Presiede le emozioni, corrisponde al potere ed al controllo. Attraverso questo punto si gestisce l'emotività, il desiderio di autoaffermarsi; è legato al potere e alla capacità decisionale. La sua energia facilita l’assimilazione delle esperienze, rivela gli obiettivi, permette l'uso positivo dell'energia personale, infonde capacità decisionale, sicurezza e autostima. Il funzionamento carente invece causa scarsa energia, timidezza, bassa stima di sé, senso di inutilità, chiusura in sè stessi, paura del prossimo, fobìe, ipocondria.


[modifica] Anahata Chakra o Centro del Petto



Questo centro dai 12 petali si chiama Anahata e si situa al livello del plesso cardiaco, dietro lo sterno, nell’asse del midollo spinale. È lì che, fino all’età di 12 anni, sono prodotti gli anticorpi e inviati nel nostro sistema sottile, aiutandoci a lottare contro gli attacchi esterni al nostro corpo e psiche, e proteggendoci da malattie e intrusioni nocive durante la nostra vita. Quando il chakra del cuore non è sviluppato correttamente o è bloccato, si soffre d’un importante sentimento d’insicurezza. Il cuore è il punto centrale della creazione e dunque tutti i chakras dipendono da lui. Potrebbe essere paragonato a una stazione centrale dalla quale parte un’energia verso le parti del corpo. Il cuore è la sede dello Spirito, la fonte della forza onnipotente, manifestata in Shiva. Dunque un chakra del cuore forte è la base di una personalità sana e dinamica, piena di amore e compassione. Questo centro sottile controlla la respirazione e il funzionamento del cuore e dei polmoni. Questo Chakra permette di godere della famiglia, mamma, papà, sorelle fratelli, nonni, zii, grazie ad esso godiamo del loro amore e li accettiamo così come sono, diamo amore senza chiedere nulla in cambio quando è pienamente sviluppato. Si chiude invece in caso di conflitti in famiglia, abbandono, perdita di un caro, e tale chiusura si ripercuote a lungo andare a livello fisico appunto su cuore e polmoni (polmoniti, asma, malattie cardiache).

Il Anahata Chakra. Ha come simbolo geometrico il doppio triangolo incrociato. I petali del loto sono dodici. Il Bija-Mantra è Vam, la divinità è Isana e la sua energia vitale è Bhuvanesvari.
Si trova al centro del petto, allo stesso livello del cuore fisico e la ghiandola endocrina a cui è associato è il timo. È di colore verde, è bipolare, è orientato orizzontalmente e il suo elemento è l'Aria. Produce emozioni, come amore incondizionato, sensibilità verso l'ambiente esterno, accettazione, pietà, bontà, il dare ed il ricevere ed in generale il prendersi cura della vita (umana, animale, vegetale).


[modifica] Vishudda Chakra o Centro della Gola



Questo centro dai 16 petali si chiama il Vishuddi; si situa a livello del pomo d'Adamo nell'uomo e nell'incavo della gola nella donna. Questo centro sottile è responsabile del funzionamento del collo, della lingua, della nuca, della bocca, delle orecchie, del naso, dei denti. Questi sono gli organi per mezzo dei quali comunichiamo con gli altri. È attraverso il Vishuddi che possiamo comunicare con tutte le Deità, poiché è la fonte dei mantras che si cantano. Equilibrando ed armonizzando questo chakra è possibile esprimere la gioia dello Spirito. Così, l’umanità ha composto della musica e della poesia alla gloria del Divino. Al livello fisiologico, controlla il funzionamento della ghiandola tiroide. Quando è aperto la persona comunica con voce chiara e ferma, si esprime al meglio quando attraverso di esso esprimiamo la nostra missione nella vita parliamo del nostro lavoro o dello studio con amore. Si chiude quando viene bloccata l'autoespressione e quando non si è contenti del proprio lavoro o studi o ci sono conflitti sul lavoro, tanto da manifestarsi a livello fisico come stridore, mancanza di voce, torcicollo, e malattie della gola e tiroidi.

Il Vishuddha Chakra o della "purificazione". Ha come simbolo geometrico il triangolo equilatero nel quale è inscritto un cerchio, emblema dell'elemento Etere (Akasa). Il Mantra-seme è Ham. La divinità preposta è Sadasiva e la sua energia vitale è Sakini.
Il chakra della gola è collegato alle ghiandole endocrine tiroidie paratiroidi. È di colore blu, è bipolare ed è orientato orizzontalmente. È il chakra della Comunicazione inteso come manifestazione verso l'esterno. Questo chakra sovrintende la comunicazione, la capacità d'ascolto e di parola, la sincerità. Produce capacità espressive e chiare dell'intelletto, logiche ed espressioni personali, è un centro mentale (controllato interamente in maniera cosciente). Il suo potere è particolarmente evidente per quello che riguarda la comunicazione, verbale, l'eloquenza e la capacità di trasmettere le proprie idee in modo chiaro, preciso e cristallino, sviluppato conferisce infatti il potere di esprimersi e parlare in modo estremamente persuasivo e convincente. Gli squilibri in questo chakra si manifesteranno come problemi quali incomunicabilità, incapacità di trasmettere chiaramente agli altri le proprie idee e sentimenti, incapacità di sfogare le proprie tensioni psicologiche, stress e introversione. È responsabile della comunicazione con il mondo Etereo (delle creature extracorporee).


[modifica] Ajna Chakra o Centro Frontale o Terzo Occhio



Il Ajna Chakra.

Questo centro sottile dai 2 petali è l’Agnya chakra che si situa al centro della fronte. Questo punto è conosciuto anche come il terzo occhio di Shiva. Nel corpo fisico è rappresentato dall’incrocio dei 2 nervi ottici nel nostro cervello (il chiasmo ottico). Questo centro controlla il funzionamento della ghiandola pituitaria. Poiché questo centro sottile controlla i nostri occhi, un impegno visuale eccessivo (come il cinema, la televisione, il computer o la lettura) può rovinare questo chakra, così come tutti i cattivi pensieri. Per pulire l’Agnya chakra bisogna purificare il nostro sguardo. Questo Chakra permette la visualizzazione e la proiezione di noi stessi nel futuro, la creazione di progetti, la creatività, la capacità di sviluppare ESP (Extra Sensorial Perception) la capacità di vedere senza l'uso del senso "vista". Si chiude in caso di delusione per la non realizzazione di un progetto di vita.

Ajna è gerarchicamente uno fra i più elevati dei chakra; in questa ruota è anche contenuto il Manas; sui petali del loto vi sono le lettere Ham e Ksam; esso contiene la rappresentazione della sacra sillaba Om, sintesi di tutti i Mantra. La divinità preposta è Shambhu e la sua Shakti è Siddha-Kali.
È anche conosciuto in occidente come "Terzo Occhio" ed è situato nello spazio tra le sopracciglia: la sua ghiandola a cui è associato è l'ipofisi. È di colore indaco, è bipolare ed è orientato orizzontalmente. Influenza il mesencefalo, dove vengono assorbiti tutti gli stimoli nervosi per potere essere inviati a tutte le altre parti del cervello (per cui il mesencefalo dà energia a tutta la regione del capo). È il chakra che presiede la visione interiore o extrasensoriale. Esercita lo sviluppo della capacità di concentrazione; lo sviluppo mediante meditazione permette l'utilizzo del sesto senso e la capacità di manifestare le percezioni extrasensoriali, stati mistici, proiezione mentale, e di viaggiare nel Piano astrale. Produce il controllo della coscienza e delle reazioni fisiche, purificazione e trasformazione dei pensieri in forme di giudizio più raccolto, con la graduale diminuzione delle percezioni sensoriali. Gli squilibri qui si manifesteranno attraverso incubi, fenomeni psichici incontrollati o sgradevoli, mancanza completa di sogni, confusione mentale. Fisicamente un blocco si manifesta con tutte le malattie collegate alla vista, mal di testa frontale. È responsabile della percezione "visiva" dell'aura.


[modifica] Sahasrara Chakra o Centro Coronale



Il Sahashrara Chakra o "dei Mille Petali".

Questo centro sottile dai 1000 petali, conosciuto con il nome di Sahasrara, è il chakra più importante di tutti. È situato nell’area limbica del nostro cervello. Il chakra del Sahasrara è costituito dalla riunione dei 6 chakras: si tratta di uno spazio incavo, sui bordi del quale si trovano i 1000 nervi. Si possono vedere tutti questi nervi lungo il lobo limbico: se si seziona il cervello trasversalmente, assomigliano a dei petali. Prima della realizzazione del Sé questo centro è chiuso dai 2 palloni del nostro ego e superego. Assomiglia ad un fiore di loto chiuso. Quando è illuminato dal risveglio della kundalini che lo raggiunge, si vede il Sahasrara che assomiglia a un fascio di fiamme dai 7 colori. Un loto aperto dai 1000 petali. Ma questi colori si integrano creando infine una fiamma di colore cristallo chiaro. Questa è l’attualizzazione dell’Unione (realizzazione del Sé) con il Potere Divino onnipervadente, che ci permette di sentire le vibrazioni fresche. È l’integrazione, la libertà assoluta, la gioia dello Spirito e la serenità. Quando è aperto godiamo di Dio in tutte le sue forme e si sente costantemente nella vita, si chiude in caso di "quasi svenimento", dove il chakra si chiude per evitare la perdita di Coscienza, la fuoriuscita dell'anima. Fisicamente si manifesta come vitiligine (sbiancamento della pelle derivata dall'eccesso di secrezione di melatonina da parte dell'epifisi), vertigini, noia, isoddisfazione, odio verso Dio.

È anche chiamato Chakra della Corona, ha nel suo cuore un loto più piccolo a dodici petali in cui è inscritto il triangolo chiamato Kamakala, che simbolicamente raffigura la sede della Shakti Suprema, cioè la Forza Cosmica non individualizzata. Nei mille petali del loto sono contenute tutte le lettere dell'alfabeto sanscrito.
Il chakra della corona trova posto nella ghiandola pineale, ed è collegato ad essa, ha solo un punto di entrata/uscita. È di colore viola ed è orientato verticalmente con il relativo imbuto che indica verso il cielo. È il chakra che presiede il contatto con il Divino, governa la corteccia cerebrale e la presa di coscienza. Esso determina l'apertura e la dilatazione della coscienza con lo sviluppo dell'intelletto. Le sue funzioni principali sono relative alla conoscenza superiore. Al Sahasrara Chakra appartengono tutte le questioni relative alla "Illuminazione", vale a dire la relazione tra la coscienza dell'individuo e quella dell'universo. Lo sviluppo pieno del Settimo Chakra porta a uno stato di contatto e comunione con la forza creatrice dell'universo, uno stato di purificazione, appagamento spirituale, totale libertà dalle limitazioni dei nostri istinti bassi e grossolani: si tratta, è evidente, di stati dell'essere che sfuggono alle possibilità descrittive della razionalità e che possono essere compresi (nel senso di "presi all'interno di noi", vale a dire assimilati e non semplicemente capiti) soltanto attraverso l'esperienza diretta. L'apertura di questo chakra coincide con il Bodhi.

Chakra o Centri di Forza nelle dottrine occidentali

Uno fra i primi scritti occidentali che sembrano alludere alla dottrina dei "Centri di Forza" o chakra è il testo Eine kurze Eroffnung und Anweisung der dreyen Principien und Welten im Menschen (Una breve rivelazione e istruzione sui tre principi e mondi nell'uomo) di Johann Georg Gichtel (1638-1710), opera meglio conosciuta sotto il titolo (erroneo) di Theosophia Practica (1723). Gichtel fu discepolo di Jakob Bohme, teosofo e mistico cristiano (1575-1624). Tale scritto fa supporre una certa conoscenza della dottrina relativa ai chakra, perlomeno in certi ambienti alchemico-cristiani dell'Europa. La dottrina in questione - nota forse anche ai monaci orientali nel contesto dell'esicasmo - rimane tuttavia poco diffusa in Occidente almeno fino agli inizi del XX secolo.

In Occidente la dottrina dei chakra deve la sua diffusione principalmente alla traduzione di due testi indiani: il Sat-Cakra-Nirupana e il Padaka-Pancaka operata da Sir John Woodroffe, alias Arthur Avalon, nel libro Il Potere del Serpente (1917). Tale libro è estremamente dettagliato e complesso e rappresentò un notevole supporto per lo studio e la diffusione in occidente della dottrina relativa ai chakra. Un contributo successivo fu operato da C. W. Leadbeater il quale pubblicò un libro contenente i propri studi e le proprie osservazioni chiaroveggenti relative ai centri di forza nel libro Chakras (1927).

Rudolf Steiner fondatore dell'Antroposofia, parla dello sviluppo dei chakra nel libro Come conoscere i mondi superiori (1ª ed. 1909), fornendo istruzioni progressive per lo sviluppo di tali centri di forza. Si tratta di esercizi quotidiani che richiedono un tempo e una applicazione considerevole. Egli segnala che per il risveglio e lo sviluppo di tali centri di forza esistono anche altri metodi più rapidi, che potrebbero però risultare dannosi se non operati da persone spiritualmente mature.

Nel panorama moderno Tommaso Palamidessi, fondatore dell'Archeosofia, rielabora la dottrina dei centri di forza alla luce dell'esoterismo giudaico-cristiano. Nel libro Tecniche di Risveglio Iniziatico (1975), Tommaso Palamidessi illustra alcune tecniche ascetiche tese al risveglio e allo sviluppo di tali Centri di Forza che coinvolgono la realizzazione di icone o supporti meditativi, tecniche respiratorie e meditazioni su nomi divini ebraici (invece che su mantra tibetani), in linea con la tradizione occidentale.

Il testo di Woodroffe è al centro de La psicologia del Kundalini-yoga. Seminario tenuto nel 1932 di Jung.[4] L'aspetto forse più interessante dell'interpretazione junghiana è il tentativo di correlare un simile fenomeno a ciò che oggi la psichiatria definirebbe Disturbo da somatizzazione,[5] in cui però la psicosomatica prevale sul somatopsichico.[6] Altra differenza notevole è che nel kundalinismo si assiste a un decorso o percorso appunto chakrico, dunque non caotico ma ordinato, centripeto (verso la testa) e centrifugo (extra corpus).

Altrettanto rilevante è il confronto fra l'esperienza descritta da Gopi Krishna in Kundalini. L'energia evolutiva dell'uomo e l'annesso Commento psicologico di James Hillman.[7][8] In questo caso, l'originalità risiede anzitutto in quanto vissuto dallo stesso Gopi Krishna, distante dalle consuete sovrastrutture rituali: niente meditazione dei loto, niente mantra, niente sanscrito, niente màndala, nessuna tecnica di respirazione, nessuna guida spirituale.

In chimica, si dice che due o più atomi appartengono allo stesso elemento chimico se sono caratterizzati dallo stesso numero atomico (Z).

Se una sostanza chimica è costituita da atomi dello stesso elemento viene detta "sostanza pura", mentre se è costituita da atomi di elementi differenti viene detta "composto chimico".

I concetti di "elemento chimico" e "composto chimico" furono illustrati da Robert Boyle nel 1661 nel suo libro Il chimico scettico (The Sceptical Chymist).[1]

Sostanze pure e forme in cui si presentano

Le sostanze pure possono presentarsi in diverse forme:
sotto forma monoatomica: i gas nobili (He, Ne, Ar, Kr, Xe, Rn);
sotto forma molecolare: alcuni esempi sono H2, N2, O2, O3, F2, P4, S8, Cl2, Br2, I2;
sotto forma di insieme continuo (cristallino o amorfo) di atomi legati in modo covalente: per esempio C, Si, B, Sb;
sotto forma metallica: la maggior parte degli elementi sono metalli, alcuni esempi sono il ferro, il sodio, l'oro, il calcio, l'uranio.

La stessa sostanza può esistere in diverse forme allotropiche: ad esempio il diamante e la grafite (che sono entrambe sostanze pure formate da carbonio) si presentano in strutture cristalline diverse; un altro esempio è dato dall'ossigeno diatomico (O2) e dall'ozono (O3), i quali sono entrambi costituiti da ossigeno, ma differiscono per la struttura molecolare.

[modifica] La tavola periodica e gli isotopi

Gli elementi vengono classificati nella tavola periodica.

Gli atomi dello stesso elemento possono differire per il numero di massa (A), ossia per il numero di nucleoni. Tali varietà sono dette isotopi, in quanto occupano lo stesso posto nella tavola periodica.
Gli elementi rinvenuti sulla Terra sono 96 (dall'idrogeno al berkelio con esclusione del promezio) di cui 80 hanno almeno un isotopo stabile, al momento ne sono stati preparati artificialmente altri 21, quindi in totale sono noti 118 elementi. L'elemento più pesante è l'Ununoctio con un numero atomico di 118, dell'elemento Ununseptio con il numero atomico 117 ne è stata dimostrata sperimentalmente l'esistenza nel 2010 da una equipe mista di scienziati russi e americani. Il tecnezio e i primi 5 elementi transuranici nettunio, plutonio, americio, curio e berkelio, un tempo ritenuti artificiali, sono stati rinvenuti in ultratracce in materiali uraniferi come prodotti di fissione ed attivazione rispettivamente.

Si riporta di seguito una tabella che raccoglie alcune informazioni sugli elementi, elencati per numero atomico; per un elenco in ordine alfabetico si veda la relativa categoria.

Origine degli elementi

L'origine degli elementi chimici presenti nell'Universo si fa usualmente derivare dalla teoria astrofisica del ciclo di vita delle stelle. Stelle di grandi dimensioni (supernove) terminano infatti la loro esistenza continuando a bruciare carburante nucleare: a partire dalle prime reazioni nucleari di fusione che coinvolgono l'idrogeno per formare elio, al cessare del carburante rappresentato dall'idrogeno e al successivo collasso gravitazionale della stella (per mancanza di equilibrio dovuta all'assenza di reazioni) l'aumento conseguente di temperatura innesca successive reazioni nucleari che coinvolgono l'elio per formare altri elementi più pesanti e complessi e così via in una lunga catena di reazioni nucleari che portano alla formazione di tutti gli altri elementi chimici. L'esplosione finale della supernova porta alla dispersione nell'universo dei vari elementi chimici.

Origine fisica

La luce visibile è complessivamente bianca in quanto somma di tutte le frequenze dello spettro visibile. A ciascuna frequenza del visibile è associato un determinato colore. In particolare la diversità di colore o semplicemente il colore dei corpi, percepito poi dall'occhio umano, deriva dal fatto che un certo corpo assorbe tutte le frequenze o lunghezze d'onda dello spettro visibile, ma riemette o riflette una o più componenti o frequenze della luce bianca che, mischiate tra loro, danno vita al colore percepito dall'occhio umano. In particolare nei due casi estremi un corpo appare bianco quando assorbe tutte le frequenze riemettendole a sua volta tutte, viceversa un corpo appare nero quando assorbe tutte le frequenze e non ne riemette alcuna; in tutti gli altri casi intermedi si avrà la percezione tipica di un altro colore.

[modifica] Percezione del colore



Spettro ottico (progettato per monitor con gamma 1.5).

I colori dello spettro di luce visibile



colore

intervallo di lunghezza d'onda

intervallo di frequenza



rosso

~ 700–630 nm

~ 430–480 THz



arancione

~ 630–590 nm

~ 480–510 THz



giallo

~ 590–560 nm

~ 510–540 THz



verde

~ 560–490 nm

~ 540–610 THz



blu

~ 490–450 nm

~ 610–670 THz



viola

~ 450–400 nm

~ 670–750 THz


La formazione della percezione del colore da parte dell'occhio avviene in tre distinte fasi:
1.Nella prima fase un gruppo di fotoni (stimolo visivo) arriva all’occhio, attraversa cornea, umore acqueo, pupilla, cristallino, umore vitreo e raggiunge i fotorecettori della retina (bastoncelli e coni), dai quali viene assorbito. Come risultato dell’assorbimento, i fotorecettori generano (in un processo detto trasduzione) tre segnali nervosi, che sono segnali elettrici in modulazione di ampiezza.
2.La seconda fase avviene ancora a livello retinico e consiste nella elaborazione e compressione dei tre segnali nervosi, e termina con la creazione dei segnali opponenti, segnali elettrici in modulazione di frequenza, e la loro trasmissione al cervello lungo il nervo ottico.
3.La terza fase consiste nell’interpretazione dei segnali opponenti da parte del cervello e nella percezione del colore.

[modifica] Prima fase

Nella prima fase una sorgente luminosa emette un flusso di fotoni di diversa frequenza. Questo flusso di foto






 

 

 


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